Anima e bici

“La bicicletta, metafora della vita”…

Espressione abbastanza abusata ma in parte vera; non voglio scomodare concetti esistenziali, forse eccessivi; la vita è un viaggio, ed ogni viaggio è metafora della vita.

Quell’espressione diventa abbastanza appropriata nei viaggi lunghi, dove ogni giorno è la conquista di un posto nuovo e di una meta, dove ogni tappa è fatica, dove ogni gioia si conquista con sforzo e con costanza.

È sentire di meritarsi ogni momento di riposo, è contemplare il posto sconosciuto che ci ospiterà per la notte cogliendo aspetti che, forse, sfuggono agli stessi indigeni, per i quali ogni colore ed ogni profumo sono normalità; è di giorno il “tormento” dalle piccole e grandi difficoltà da superare, fossero una salita, un’intemperia, un’incertezza nel percorso o una foratura, e di sera, trovato il giaciglio, godersi un panno caldo addosso nella brezza serale e bazzicare i dintorni alla ricerca di una birretta, meglio se col contatto umano di un avventore, di un connazionale o anche solo di un albergatore gentile.

Conoscenze meravigliose come mazzi di fiori, di cui godere la bellezza e il profumo del momento ben sapendo che il giorno dopo saranno già appassite, e non sentirne la mancanza.

La solitudine per alcuni è un problema. Io ho viaggiato quasi sempre da solo, e pur ricordando con piacere il viaggio da Lodi a Venezia od altre scorribande con l’amico Angelo preferisco di gran lunga i viaggi solitari.

Angelo… il responsabile della mia passione ciclistica.

Abbiamo lavorato insieme per cinque anni, e mi ha raccontato il gusto di pedalare su stradine di campagna, fuori dal traffico, di buona lena, per trascorrere qualche ora in posti belli e con soddisfazione.
Io non capivo: me piacere viaggiare su moto, me piace 200 all’ora, io no piace fatica, io sempre di fretta, dicevo dai miei 125 chili di stazza. Poi un giorno trovai un vecchio “cancello” (una bici di ferro) in un cassonetto, la riparai e la misi lì. Diventò “Enterprise 1”.

L’anno successivo, in un pomeriggio di Luglio, la usai per un’uscita di 4 + 4 km, nello stupore della mia famiglia; il giorno dopo i km diventarono 6 + 6, poi 10 + 10. Nel mese di Ottobre dello stesso anno, il 2006, l’ultima uscita fu 125 + 125 in due giorni, con Angelo, da Lodi a Civenna (CO) e ritorno.

Pesavo 15 kg in meno…

Non gli sarò mai abbastanza grato per questo contagio.

Ecco Angelo, e sulla destra Enterprise 1.

Image

Con tutto il bene che voglio ad Angelo, e col bel ricordo dei 350 km attraverso Cremona fino a Chioggia (foto), Pellestrina, Lido e Cavallino Treporti (dove a Cà’ di Valle il grande Stefano somministra i migliori frutti di mare del mondo nel ristorante con camere denominato “Blue Moon Fiammingo”), il viaggio di gruppo non è la stessa cosa. Non c’è introspezione, manca l’essere “soli con se stessi” e con le proprie forze; poi c’è anche una piccola dose d’egoismo… Se buco una gomma non voglio pensare al tempo che faccio perdere all’altro, e se ho voglia di buttarmi in un torrente per rinfrescarmi non voglio dover pensare all’altro che si annoia se non ha la mia stessa voglia.

Da quando vado in bici ho colto sfumature ed impressioni mai provate in mezzo secolo di vita: “La moto” – dicevo – “è bella, perché non ha il parabrezza dell’auto che ti isola dal resto, il quale sembra uno schermo televisivo che rende virtuale il tuo viaggio”. Confermo tutto, tutto vero. Bella la moto, viva la moto. Ma in bici…
L’impressione più chiara l’ho avuta quando, tornando col treno dall’Olanda (dopo averla raggiunta in 14 giorni con la bici, vedi articolo) ho fatto tappa a Parigi: 8 ore fra un treno e l’altro da spendere in una città che avevo già visto in auto, in camper ed anche in moto. 
Ho scoperto una città nuova, che si raccontava ad ogni angolo, in ogni vicolo, in ogni scorcio senza ch’io dovessi badare a null’altro che a riempire gli occhi di colori e di voci. Mi sentivo come Romeo degli Aristogatti: sentivo la gente parlare, accedevo agli argini del fiume, gustavo il cibo di strada e chiacchieravo col matto davanti a Notre-Dame immaginando che fosse Quasimodo.

Un toscanello davanti alla Gare d’Austerlitz osservando la vita sui barconi-residenza ormeggiati lungo la Senna, un sonnellino sul prato della Tour, le bancarelle coi libri, i discorsi della gente in lingue più o meno comprensibili, il rumore assordante dei treni sopraelevati: tutte cose che non c’erano nei viaggi motorizzati.

Il meglio dei viaggi in bici, però, sono i paesaggi del nulla, dove non c’è alcunché da vedere, se non un piccolo corso d’acqua che accompagna la mia strada, uno scorcio fra le case o una costruzione insolita che attira l’occhio. Solo provandoci si può capire come tutto ciò nutra lo spirito, e il giro paziente del pedale è come un metronomo che scandisce la melodia delle sensazioni.

A volte percorro in auto strade lontane già percorse in bici, e ancor oggi mi stupisco di come sia stato possibile. Garmisch P.K., una piccola località sciistica tedesca, era dietro l’angolo quando l’ho raggiunta in bicicletta dopo “soli” cinque giorni di viaggio: eppure, transitandoci dopo una nottata guidando l’automobile, sembrava di essere arrivati su Marte. O quasi.

In bici cambia lo spazio e cambia il tempo, ed Einstein – forse – potrà illuminarmi su questa quarta dimensione in cui ho avuto la gioia d’entrare; in attesa d’incontrarlo ne godo gli effetti, e ciò mi basta.

Infine, per completare la metafora esistenziale, c’è l’incertezza del futuro.

I miei viaggi non sono programmati, se non nella meta finale. Sono in balìa di molte variabili, dal banale tempo meteorologico ad eventi di altra natura; scongiurando l’incidente sempre in agguato, che deve essere sempre oggetto della massima attenzione (vedi articolo  precedente), ogni giorno potremmo ad esempio non trovare un posto per dormire: mi è successo passando dalle parti di Saint-Tropez (articolo Lodi-Barcellona), dove i pochi alberghi erano completi e la sorte mi ha confezionato il bel ricordo di una notte in tenda, su una spiaggia libera, con bagno di mezzanotte e doccia del mattino.

Potrebbe guastarsi la bici, o potremmo avere problemi di salute: credo però che i nostri anticorpi siano particolarmente efficienti quando sappiamo di dovercela fare con le nostre sole forze.

In ogni caso, anche se sarà stato necessario soffrire e stringere i denti in molte occasioni, un viaggio in bicicletta verso posti lontani sarà per sempre un tesoro da conservare nei ricordi… più di molte altre cose.

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